Tutti gli uomini di Kobi

 

Lo sguardo innamorato di un giovane fotografo israeliano segue partecipe la vita dei giovani (soprattutto militari) del suo paese

 

di PASQUALE QUARANTA  www.pasqualequaranta.org  © BABILONIA

 

Un’immagine non ha bisogno di traduzioni per essere “letta” dagli abitanti di questa Terra: è universale, senza tempo ed acquista una sua particolare dimensione. Ci piace pensare che degli scatti “controcorrente” possano viaggiare liberamente, grazie ad Internet, in tutto il globo. La storia che vi raccontiamo non riguarda soltanto lo stile di un bravo fotografo (come è chiaro dalle immagini pubblicate in queste pagine). Si tratta piuttosto della passione di uomo libero cresciuto in una società di macho.

 

Kobi Israel è nato a Tel Aviv il 3 ottobre 1970. Ha iniziato a girare il mondo come assistente di volo per la compagnia israeliana  El-Al nel 1994. Da allora Kobi porta con sé, in ogni viaggio, la sua Canon EOS 3 e i suoi colpi d’occhio diventano colori, contrasti, scatti d’autore. Il suo lavoro è noto alla critica internazionale per una specificità singolare: quella di immortalare la vita militare israeliana in una “visione” tenera, di affetto e amore.

 

The Male Body. The Freedom of Gay Expression è solo uno dei progetti ai quali Kobi si è dedicato finora: naturalezza e sensualità catturata in un contesto virile.

 

«I soldati qui si salutano normalmente dicendo “Ani ohev otkha, akhi” (“Ti amo fratello mio” in ebraico). I sentimenti fra gli uomini sono spesso “fraterni” e fisicamente calorosi ma raramente passano il pericoloso limite fra l’abbraccio amichevole e quello passionale».

 

Giunti alla maggiore età, tutti i ragazzi israeliani devono prestare il servizio militare, per tre anni (le donne due).

 

«Si cambia da bambino a uomo in una sola notte» scrive Kobi nel suo primo libro di fotografia (Kobi Israel Views) pubblicato dall’editore Bruno Gmünder.

 

Per comunicare utilizziamo l’inglese. Chiedo a Kobi di spiegarmi la differenza tra omo-sociale e omo-erotico, due concetti sui quali si sofferma volentieri nelle interviste.

 

«Si tratta di una linea sottile che nella vita militare può essere poco chiara soprattutto se pensi ad un soldato gay che lavora nell’esercito. I ragazzi dormono insieme, a volte appoggiandosi l’uno sul petto dell’altro, dividendo magari lo stesso materasso. Può capitare che mentre fanno la doccia calda si gettino l’acqua addosso e si tocchino… Ci si può confondere facilmente tra amore “fraterno” e attrazione sessuale, è questo il senso del mio discorso».

 

Ho tra le mani il libro Growing up gay: from left out to coming out edito in italiano da Feltrinelli con il titolo Piccoli gay crescono (McWilliams Danny, Cohen Jaffe, Smith Bob; 1996). Leggo: «Col mio migliore amico facevamo la lotta tenendoci abbracciati fino a soffocare. Lui pensava fosse un gioco. Io pensavo fosse vero amore».

 

«Sì, sono sensazioni simili…». Kobi non conosce l’opera ma annuisce. Per molto tempo ha vissuto il disagio di servire il suo Paese in uniforme reprimendo la propria identità omo: «Ho dovuto nascondere i miei sentimenti fino a quando un soldato solitario dell’accampamento mi ha mostrato la libertà. Ho capito così che non ero solo».

 

I giovani in divisa sono sensuali, confidenti, belli.

 

«Nelle foto traspare il fascino dei loro corpi. Ma guardali negli occhi, troverai una profonda solitudine, una passione proibita nascosta, timore ed inadeguatezza. Riesci a vedere? Sono emozioni che ho vissuto sulla mia pelle. Riprodurre in foto gli stati d’animo di allora non è stato semplice».

 

In Fragments of Life Kobi ci porta nel suo universo interiore,  tra memorie, conflitti ed emozioni intrappolate: «Con queste foto ho cercato di raccogliere i frammenti di una vita. Sin dall’adolescenza ho iniziato ad esplorare la mia sessualità e i miei sentimenti in questa società tradizionalista. Per alcune immagini sono tornato nei luoghi originali, a Tel Aviv, per ricreare l’intensità di quei momenti». Da quando Kobi ha capito di essere gay è andato «alla ricerca del divino nel quotidiano, in noi stessi, negli altri e in tutto ciò che ci circonda». Marshall McLuhan scrisse del medium che ben presto diventa estensione del corpo umano. Così Kobi al magazine londinese Time Out: «Non vorrei sembrare presuntuoso, ma non mi piace sentirmi chiamare “fotografo”. È un termine troppo tecnico e non rende merito al mio modo di relazionarmi con la camera; la utilizzo come un’estensione dei miei sensi così come uso gli occhi o le mani. Quando “fotografo”, sento, esploro, fantastico, scopro, cerco di capire...».

 

Kobi è ebreo e nutre un grande rispetto per i suoi fratelli ortodossi. «Non voglio provocarli, né ferirli ma non si può invocare la Bibbia per legittimare la condanna. Non ho scelto di essere ebreo, così come non ho scelto di essere gay. Credo nel dio che esiste in ognuno di noi, uno spirito interno e non un’entità esterna».

 

Qual è il significato dell’amore e come può essere trasmesso con una foto?

 

«Sono stato innamorato due volte; due lunghe relazioni: la prima di otto anni e la seconda di tre. Ora sono single e devo dire che… non è poi così male! [ride] Si capisce se scatti una foto ad una persona che ami, si percepisce. Principalmente cerco di catturare nelle foto le persone cui voglio bene, dagli amanti agli amici intimi».

 

Commenti su queste immagini che hai scelto per i lettori di Babilonia?

 

«Certo. Iniziamo con il mio autoritratto…  [sorride]. Poi ci sono i miei soldati. Il ragazzo nell’auto, invece, è Eyal, un modello. Sai, mi rivedo in lui. Dieci anni prima che scattassi quella foto ero proprio lì, alla spiaggia gay di Tel Aviv, nascosto, in divisa, nell’area cruising nei pressi di Independence Park. Ero eccitato, ma allo stesso tempo terrorizzato perché qualcuno poteva riconoscermi. Ancora, voglio mostrarvi la foto che ha avuto maggior successo finora, vincitrice di prestigiosi premi: L’uomo al banco della frutta».

 

So che il ragazzo che riposa nel letto non è uno sconosciuto…

 

«Sì, infatti: è Gadi. Sono stato con lui due anni e mezzo per l’esattezza. Le immagini sono state scattate in stanze d’albergo di diverse città. Gadi doveva terminare gli studi in Israele e, come ti dicevo, ero assistente di volo, quindi ci incontravamo in hotel. Devo dire che quelle stanze mi hanno ispirato: sono anonime, sconosciute, ma allo stesso tempo conservano il fascino di emozioni imprigionate di chi è stato su quel letto dove tu dormirai per uno, due giorni… Quante lacrime sono state versate su quel cuscino, quanta intimità taciuta c’è in quei posti!».

 

È anche questo il progetto Intimate Strangers. Il talento di Kobi spazia nei temi più diversi: dai paesaggi di campagna ai monumenti delle città, ai volti dei bambini. Sono immagini che vivono di silenzio e che permettono, a chi le osserva, di sentire la sua propria voce, quella dell’anima. Non mi meraviglia sentire da Kobi che il 40 % degli utili derivanti dalla vendita del libro sarà devoluto alla Elton John Aids Foundation.

 

Ma questa è un’altra storia di Intimate Strangers senza volto, senza nome.

 

 

© Babilonia, Pasquale Quaranta